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Vigoressia

Più massa metti, più il metro si sposta in avanti

Vigoressia
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In breve

  • La vigoressia è una condizione psicologica caratterizzata dalla paura ossessiva di non essere abbastanza muscolosi, spingendo la persona a un controllo rigido e costante del proprio aspetto fisico.
  • Il problema principale non risiede nella realtà corporea ma nella percezione alterata, dove ogni obiettivo raggiunto sposta l'asticella più avanti e alimenta un circolo vizioso di insoddisfazione.
  • I tentativi messi in atto per risolvere il disagio, come l'allenamento eccessivo, le diete ferree e le continue verifiche allo specchio, finiscono paradossalmente per mantenere e amplificare il disturbo.
  • La terapia breve strategica interviene non cercando di convincere razionalmente il paziente, ma lavorando sui meccanismi comportamentali e sui rituali quotidiani che tengono in piedi il problema.
  • Il percorso terapeutico prevede fasi specifiche per svelare la trappola mentale, interrompere i rituali di controllo e restituire al corpo il suo ruolo naturale senza renderlo il centro della vita.

Cos'è la Vigoressia

La vigoressia è la paura ossessiva di non essere abbastanza muscolosi. Nel modello strategico non è un problema di corpo: è un problema di percezione, e appartiene alla stessa famiglia della dismorfofobia, la paura ossessiva rispetto al proprio aspetto fisico.

Ti alleni sei giorni su sette. Conosci i grammi di proteine di tutto quello che mangi, hai il programma delle prossime otto settimane già scritto, e se salti una seduta la giornata si guasta. Eppure allo specchio vedi sempre la stessa cosa: uno che è rimasto indietro. Le foto di un anno fa dicono che sei cambiato, i pesi che sollevi dicono che sei cambiato, le persone intorno a te dicono che sei cambiato. Tu no.

Così aggiungi. Una seduta in più, una serie in più, un integratore in più, una regola alimentare in più. E ogni volta che raggiungi l'obiettivo, l'obiettivo si sposta un po' più avanti.

La parte difficile da accettare è che non stai fallendo per mancanza di disciplina. Al contrario: la disciplina è enorme, ed è precisamente lì che si nasconde il meccanismo. Quello che osservo nella pratica clinica è che in questi quadri lo sforzo per correggere il difetto è la cosa che tiene in vita il difetto. Non serve volerne di più. Serve capire come funziona il gioco e cambiarne le regole.

La vigoressia è la preoccupazione persistente di avere un corpo troppo poco muscoloso, accompagnata da allenamento, alimentazione e controllo del proprio aspetto talmente rigidi da occupare la maggior parte della giornata. Si usano anche i termini dismorfia muscolare, bigoressia e anoressia inversa.

Va detto subito, perché è la premessa di tutto quello che segue: la vigoressia non ha un capitolo dedicato nella letteratura della Terapia Breve Strategica. Il modello descrive in modo esteso il funzionamento dismorfofobico, cioè la paura ossessiva rispetto al proprio aspetto fisico, e lì il quadro muscolare rientra. Ma non esiste un protocollo scritto apposta per la vigoressia, né un dato di esito separato. Quello che leggi qui è il funzionamento dismorfofobico applicato a un contenuto specifico, non un trattamento a sé.

Nel modello strategico la dismorfofobia è definita come una patologia postmoderna che condivide lo stesso sistema percettivo-reattivo di tutti i disturbi fobico-ossessivi. La vigoressia ne è una declinazione: cambia l'oggetto, resta identica la struttura.

Caratteristiche Distintive

  • La percezione non segue il corpo. Il corpo cambia, la percezione no. È la stessa dinamica che il modello descrive per il difetto estetico: nella maggior parte dei casi il difetto è inesistente oppure insignificante agli occhi degli altri, e l'idea di una deformità inaccettabile è una fissazione mentale, spesso legata a problemi relazionali e a un profondo senso di insicurezza.
  • Il meccanismo delle scatole cinesi. Si corregge un punto e se ne scopre un altro. Risolte le spalle, il problema diventano i polpacci; risolti i polpacci, la schiena. Ogni correzione riuscita apre la porta alla successiva, esattamente come una scatola che ne contiene una più piccola.
  • La rigidità che sembra virtù. Allenamento, alimentazione, orari e integrazione seguono regole non negoziabili. Dall'esterno somiglia a dedizione, e spesso viene lodata come tale. Dall'interno è tutt'altra cosa: saltare non è una scelta possibile.
  • La difficoltà a riconoscere il problema. Il modello lo osserva per la dismorfofobia in generale: chi ne soffre tende a rifiutare la psicoterapia, perché è convinto di avere un difetto reale e non una percezione patogena di sé. Nella vigoressia questa difficoltà è amplificata dal fatto che il comportamento in sé, allenarsi e mangiare in modo controllato, è socialmente approvato.

Chi ne Soffre e con Quale Impatto

Non dispongo di un dato di prevalenza documentato per la vigoressia, quindi non ne cito nessuno, e non ne ho nemmeno uno sulla distribuzione per età o per sesso.

Quello che si può descrivere senza numeri è l'impatto. Non si misura in ore di palestra. Si misura in cene saltate, viaggi rimandati, relazioni tenute a distanza, spogliatoi e spiagge evitati, e in una quota crescente di attenzione sottratta a tutto il resto.

La Differenza Chiave

La descrizione sintomatica si chiede perché una persona sia arrivata a vedersi così. Il modello strategico si chiede un'altra cosa: che cosa fa oggi, ogni giorno, perché continui a vedersi così. Non è una sfumatura teorica. Sposta il lavoro dalla ricostruzione del passato agli automatismi che il problema ha bisogno di ripetere per restare in piedi, e sono quelli su cui si può intervenire subito.

Sintomi e Meccanismi della Vigoressia

Nella vigoressia i sintomi non sono l'allenamento e la dieta: sono i tentativi di correzione e di controllo che ruotano intorno a un corpo percepito come insufficiente. È qui che il modello strategico ha qualcosa da dire, perché descrive con precisione come una preoccupazione estetica diventi un disturbo che organizza la vita.

Sintomi Principali

Percettivi e cognitivi

  • Pensiero fisso sulla massa e sulla forma, che ritorna decine di volte al giorno
  • Confronto costante con altri corpi, dal vivo e nelle immagini
  • Convinzione di essere osservati e valutati sul proprio aspetto fisico
  • Discrepanza stabile fra quello che dicono gli altri e quello che si vede

Comportamentali

  • Controllo ripetuto allo specchio, misurazioni, foto di confronto, pesate
  • Allenamento che non si interrompe per stanchezza, dolore o impegni
  • Regole alimentari rigide e programmate con largo anticipo
  • Ricerca di rassicurazioni: chiedere agli altri se si è cresciuti, e non credere alla risposta

Emotivi

  • Irritabilità e senso di colpa quando la routine salta
  • Vergogna nell'esporre il corpo, o al contrario bisogno di mostrarlo per averne conferma
  • Ansia nelle situazioni in cui il corpo è visibile: spogliatoi, piscina, mare, intimità

Relazionali

  • Rinuncia progressiva a occasioni sociali che non rientrano nel programma
  • Isolamento, oppure restringimento della vita sociale al solo ambiente della palestra

Il Circolo Vizioso: le Tentate Soluzioni Disfunzionali

Questo è il cuore della questione, e la parte che il modello strategico descrive meglio. Ognuna delle cose che seguono è ragionevole presa da sola. Ognuna, ripetuta, produce l'effetto opposto a quello che cerca.

1. Aggiungere. Di fronte al corpo che non basta, la risposta è sempre additiva: un allenamento in più, una serie in più, una regola in più. È la stessa struttura che il modello descrive nella rincorsa correttiva: una catena di interventi mai risolutivi, perché il soggetto troverà sempre qualche altra cosa da aggiustare nel proprio aspetto. La soluzione si trasforma in un nuovo problema che richiede una nuova soluzione, e così via.

Perché mantiene il problema: ogni obiettivo raggiunto conferma che il metodo funziona, quindi che va applicato ancora. Il traguardo si sposta in avanti nello stesso momento in cui viene tagliato.

2. Controllare. Lo specchio, il metro, la bilancia, le foto a confronto, la luce giusta per valutarsi. Il controllo nasce come verifica e diventa un rituale.

Perché mantiene il problema: ogni controllo produce il materiale per il controllo successivo. Quello che il modello documenta su questi quadri è che dopo ogni correzione riuscita se ne scopre una nuova da fare, e il controllo è il modo in cui la si trova. È lo stesso meccanismo che riscontro nei quadri di controllo ossessivo, dove la verifica non chiude mai il dubbio ma lo alimenta.

3. Nascondere ed evitare. Felpe larghe d'estate, niente piscina, niente spiaggia, la maglietta che resta addosso. Oppure il contrario, cioè mostrarsi solo nelle condizioni in cui si è certi di reggere lo sguardo.

Perché mantiene il problema: l'evitamento è la risposta più immediata alla sensazione di essere osservati e giudicati, ed è anche ciò che la rende permanente. Ogni situazione evitata funziona da conferma: se devo nascondermi, allora il difetto è reale. La vita si restringe. È il ponte con la fobia sociale, che spesso accompagna questi quadri.

4. Irrigidire il regime. Allenamento e alimentazione diventano l'asse portante della giornata, e tutto il resto si adatta: gli orari, i viaggi, le cene, il lavoro. La regola non è più uno strumento, è la cornice dentro cui deve stare la vita.

Perché mantiene il problema: la rigidità produce risultati abbastanza a lungo da sembrare la spiegazione di tutto, e quando i risultati rallentano la conclusione non è mai che il regime sia troppo, ma sempre che non sia abbastanza.

5. Chiedere conferma. Domandare a chi ci sta intorno se siamo cresciuti, se si vede la differenza, se andava meglio prima.

Perché mantiene il problema: la rassicurazione dura pochi minuti, poi va rinnovata. E chi sta intorno, di fronte a una sofferenza reale, finisce per assecondare, cosa che nel modello è descritta proprio come uno degli ingranaggi che rendono la catena quasi inevitabile.

Il Paradosso

Lo si può dire in una riga sola, ed è la riga che conta: ci si illude di avere il controllo totale del proprio aspetto fisico proprio mentre lo si sta perdendo.

Il corpo si allena, ma il metro è mentale, e il metro si sposta ogni volta che viene raggiunto. Per questo nessun risultato è mai il risultato. Come nei disturbi ossessivo-compulsivi, la tentata soluzione è diventata il problema, e più funziona nel breve, più stringe nel lungo.

Su Che Cosa Interviene la Terapia Breve Strategica nella Vigoressia

Non sulla percezione, ma sul meccanismo che la produce. È una distinzione operativa, non di stile: sul quadro dismorfofobico il modello indica esplicitamente di non cercare di convincere razionalmente la persona a interrompere il proprio comportamento, perché questo non fa che aumentare la resistenza.

1. Non convincere, far constatare

Nella mia pratica non provo a dimostrare a nessuno di essere già grosso abbastanza. Non funzionerebbe, e soprattutto non è quello il punto. Il lavoro è un altro: condurre la persona a constatare che quanto le era parso un modo per controllare il problema è diventato a sua volta un problema più grande. È la formulazione che il modello usa per questi quadri, ed è il perno di tutto il resto.

2. Lavorare sul come, non sul perché

Non ricostruiamo l'origine dell'insoddisfazione. Guardiamo che cosa succede oggi, nel dettaglio: quante volte ti controlli, quando, cosa fai subito dopo, cosa cambia se non lo fai. Il problema si mantiene attraverso azioni ripetibili, e le azioni ripetibili si possono modificare.

3. Il protocollo è quello dell'area, e va detto

Non esiste un dato di esito separato sulla vigoressia, e non ne cito nessuno preso in prestito da altri quadri: una percentuale misurata su un campione di disturbo ossessivo-compulsivo dice qualcosa di quel campione, non di questo quadro. Il protocollo applicato è quello dell'area fobico-ossessiva, e i dati di quell'area stanno sulle pagine che le appartengono, a partire dalla categoria ossessivi.

Come lavora il modello strategico

  • Focus. Come si mantiene oggi il controllo sul corpo.
  • Durata. Media di sette sedute nelle casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo.
  • Metodo. Dialogo strategico e prescrizioni paradossali.
  • Cambiamento. Si verifica seduta per seduta.

Nota importante

La valutazione su integratori, sostanze per l'aumento della massa, esami e terapie compete al medico: non prescrivo né modifico terapie, e non mi pronuncio sui loro effetti. Sul versante psicologico il lavoro riguarda il meccanismo percettivo e i rituali di controllo, e può affiancarsi a un percorso medico o nutrizionale già in corso.

Il Protocollo di Intervento

Il percorso segue le quattro fasi del protocollo dismorfofobico, calibrate sui contenuti muscolari dell'ossessione. Richiede una certa cautela iniziale, perché chi arriva con questo quadro raramente pensa di avere un problema psicologico: pensa di avere un corpo insufficiente e una motivazione da mantenere.

Fase 1: Costruire l'alleanza e svelare la trappola

Obiettivo di questa fase: stabilire una relazione di lavoro senza contraddire la percezione, e rendere visibile il meccanismo delle scatole cinesi.

Cosa succede in seduta: non contesto quello che vedi allo specchio. Lo accolgo come reale per te, perché per te lo è. Poi, attraverso domande, ricostruiamo insieme la sequenza: qual era il punto critico un anno fa, cosa è successo quando è stato risolto, dov'è il punto critico adesso. La domanda decisiva arriva da sé, ed è sempre la stessa: com'è che prima quel dettaglio non lo vedevi, e adesso lo vedi?

Su cosa lavora: sulla constatazione diretta, non sull'argomentazione. Nel modello questa è la leva che rende possibile tutto il resto.

Qui entra la prescrizione che il modello descrive per il quadro dismorfofobico e che chiama check-up estetico: mettersi davanti allo specchio con carta e penna a cercare deliberatamente tutti i propri difetti, e scrivere anche come andrebbero corretti. Nella formulazione riportata dal modello sono cinque minuti ogni tre ore, cinque volte al giorno. Applicata alla vigoressia significa elencare per iscritto, a orari stabiliti, ogni parte del corpo che non è come la si vorrebbe e cosa servirebbe per sistemarla.

Sembra il contrario di quello che servirebbe. È esattamente il punto: la prescrizione non serve a ridurre l'ossessione con la buona volontà, serve ad amplificare il timore di essere entrati in un circolo vizioso senza vie d'uscita. Ed è quel timore a fermare la rincorsa.

Fase 2: Disinnesco del Meccanismo Ossessivo

Obiettivo di questa fase: interrompere i rituali di verifica e la rincorsa additiva.

Cosa succede in seduta: si lavora sui comportamenti concreti che tengono acceso il problema. Controllo allo specchio, misurazioni, foto, confronti, richieste di rassicurazione: ciascuno viene affrontato con prescrizioni specifiche che usano la logica del paradosso invece di chiedere uno sforzo di volontà.

Su cosa lavora: sulla frequenza e sulla funzione dei rituali. Chiedere a una persona di smettere di controllarsi è chiederle di vincere una lotta che ha già perso molte volte. Il modello preferisce toglierle il terreno sotto i piedi, non le forze.

Fase 3: Ricostruzione della percezione

Obiettivo di questa fase: riportare l'aspetto fisico da centro della vita a una delle sue parti.

Cosa succede in seduta: si riprendono progressivamente le aree lasciate indietro. Le occasioni sociali fuori programma, le relazioni, gli interessi che erano stati archiviati come tempo sottratto all'allenamento. Ogni situazione ripresa è anche una verifica sul campo: il mondo giudica quanto temevi?

Su cosa lavora: sull'esperienza diretta, che nel modello strategico precede il cambiamento razionale e non lo segue.

Fase 4: Consolidamento e prevenzione

Obiettivo di questa fase: stabilizzare quello che si è ottenuto e attribuirne il merito alla persona, non alla terapia.

Cosa succede in seduta: si ripercorre come il cambiamento è avvenuto e cosa lo ha prodotto, così che resti utilizzabile anche dopo. Si individuano le condizioni in cui il vecchio meccanismo potrebbe riproporsi e cosa farne.

Sulla durata: nelle casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo la durata media dei trattamenti è di sette sedute. Sul quadro dismorfofobico il modello osserva che le persone arrivano spesso tardi, quando il meccanismo dura da anni, e che questo complica il lavoro. Quante sedute servano nel tuo caso si valuta nella prima seduta.

Come lavora la Terapia Breve Strategica

Il modello interviene sul funzionamento attuale del problema, con strumenti definiti e verificabili seduta per seduta.

Non chiede di credere a niente

Non ti viene chiesto di convincerti di essere a posto, né di ripeterti che il difetto non esiste. Il cambiamento passa dall'esperienza: si fanno cose diverse e si osserva cosa succede alla percezione. Nel modello questo passaggio ha una formulazione precisa, ed è far sentire e non solo capire, perché su un quadro in cui la persona è certa di quello che vede la comprensione razionale da sola non sposta niente.

Usa l'ossessione invece di combatterla

Le prescrizioni paradossali sfruttano la stessa energia che alimenta il problema. La ricerca sistematica dei difetti, prescritta e ritualizzata, è l'esempio più chiaro. Il principio che il modello descrive è che alimentare volontariamente ciò che si vorrebbe spontaneamente ridurre manda in cortocircuito il processo e ne azzera gli effetti.

Tiene dentro la dimensione relazionale

Nel modello il difetto percepito è spesso l'appiglio che la mente trova per spiegare problemi di relazione e un senso di insicurezza più profondo, con la speranza illusoria che, tolto quello, tutto si sistemi. Il percorso non ignora questo strato: ci lavora, senza farne il punto di partenza.

Dichiara che cosa i dati non coprono

I dati di esito del modello esistono, hanno un campione, uno studio e un anno, e riguardano l'area fobico-ossessiva. Su questo quadro non ce ne sono, e nella sezione successiva spiego perché preferisco dirlo invece di prendere in prestito il numero di un'altra area.

Punta a rendersi inutile

L'obiettivo del percorso non è una gestione a tempo indeterminato: è che gli strumenti restino alla persona. La fase di consolidamento serve esattamente a questo.

Nota

Quanto e in quanto tempo si osservi varia da persona a persona, e si verifica seduta per seduta. Nessuna media descrive un caso singolo.

La Ricerca Scientifica

Sulla vigoressia in quanto tale non esiste un dato di esito del modello strategico. Esistono dati sull'area fobico-ossessiva, di cui il quadro condivide il sistema percettivo-reattivo. È una distinzione che preferisco fare io, prima che la faccia qualcun altro.

Che cosa è documentato, e dove

  • La durata media dei trattamenti, sette sedute sull'insieme della casistica del Centro di Terapia Strategica di Arezzo. È una media generale su tutti i quadri, non una misura su questo.
  • Il check-up estetico, la prescrizione che il modello descrive per la dismorfofobia. Sulla declinazione muscolare non esiste una tecnica descritta a parte: si applica quella dell'area.
  • La struttura in quattro fasi, che nel modello è la forma dei protocolli fobici e ossessivi.
  • I dati di esito dell'area fobico-ossessiva, che hanno un campione, uno studio e un anno, e che stanno sulle pagine a cui appartengono: la categoria ossessivi e la pagina evidenze scientifiche.

Perché non trovi una percentuale in questa pagina

Perché non ne esiste una su questo quadro, e prendere in prestito quella di un'altra area sarebbe un modo elegante di dire una cosa non vera. Una percentuale misurata su un campione di disturbo ossessivo-compulsivo descrive quel campione: non diventa un dato sulla vigoressia perché il funzionamento si assomiglia.

Quello che si può dire è più modesto e più solido: il meccanismo è quello dismorfofobico, il protocollo applicato è quello dell'area fobico-ossessiva, e i dati di quell'area sono pubblicati dove è corretto pubblicarli. Sono casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, di cui sono Affiliato Ufficiale, non risultati della mia pratica personale. E una media, in ogni caso, descrive un insieme di casi conclusi, non il percorso di chi legge.

Infine, una media non è una previsione. Descrive un insieme di casi conclusi, non il percorso di chi legge.

Dove approfondire

Il quadro completo del funzionamento dismorfofobico sta nella pagina dedicata alla dismorfofobia. Sul versante opposto, quello in cui il controllo del corpo passa dalla restrizione e dall'attività fisica orientata al dimagrimento, la pagina di riferimento è anoressia athletics. Quando il nodo è il sentirsi non all'altezza al di là dell'aspetto fisico, il materiale è nella pagina sulla paura dell'inadeguatezza. Il funzionamento generale del metodo è descritto nella pagina il metodo.

Dott. Gianluca Manfredi

Psicologo · Psicoterapeuta

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Domande Frequenti

Significa che la percezione non sta seguendo il corpo, ed è il tratto centrale del funzionamento dismorfofobico: il corpo cambia, il modo in cui lo vedi resta fermo. Nel modello strategico la discrepanza stabile fra quello che dicono gli altri e quello che vedi tu è uno degli elementi che in colloquio orientano verso questo quadro. Non è un test: la distinzione fra un'insoddisfazione comune e un disturbo si fa di persona, non da una pagina web.
Perché il metro con cui ti misuri è mentale e si sposta in avanti ogni volta che lo raggiungi. Il modello strategico lo descrive come il gioco delle scatole cinesi: corretto un punto, l'attenzione si trasferisce immediatamente sul successivo, e il disagio non trova mai un punto di arrivo. Risolte le spalle diventano i polpacci, risolti i polpacci diventa la schiena. Non è che i risultati non arrivino: è che smettono di contare nel momento esatto in cui arrivano.
Nel modello strategico no. Il centro non è il cibo né il peso, ma la percezione del proprio aspetto: la vigoressia rientra nel funzionamento dismorfofobico, cioè la paura ossessiva rispetto al proprio corpo, che il modello colloca fra i disturbi fobico-ossessivi. L'alimentazione rigida è uno degli strumenti di controllo, non l'oggetto del problema. È una differenza che conta, perché indirizza il lavoro su rituali di verifica e correzione invece che sul rapporto con il cibo.
La differenza non sta nelle ore di allenamento, sta in quanto spazio occupa il resto e in cosa succede quando la routine salta. Nell'allenamento come passione una seduta persa è un fastidio; nel quadro dismorfofobico diventa colpa, e la giornata si guasta. Gli altri segnali che il modello descrive sono il controllo ripetuto allo specchio, le misurazioni e le foto di confronto, le richieste di rassicurazione e la rinuncia progressiva alle occasioni fuori programma. Sono criteri descrittivi, non uno strumento di autodiagnosi.
Perché il controllo allo specchio non è una verifica: è ciò che alimenta il problema. Quello che il modello strategico documenta su questi quadri è che dopo ogni correzione riuscita se ne scopre una nuova da fare, e il controllo è il modo in cui la si trova. Così ogni verifica produce il materiale per la verifica successiva, e il punto di arrivo si sposta invece di avvicinarsi. Il paradosso è che ci si illude di avere il controllo totale del proprio aspetto proprio mentre lo si sta perdendo.
Conta molto, perché è la parte che rende il problema permanente. Ogni occasione lasciata perdere funziona da conferma: se devo rinunciare, allora il corpo non è presentabile e la regola era giusta. Il modello descrive questo ritiro progressivo come uno degli ingranaggi che rendono quasi inevitabile la catena, insieme alla sensazione di essere osservati e giudicati. Nel percorso è la fase di ricostruzione della percezione a occuparsene, riprendendo contatto con le aree di vita e le relazioni lasciate indietro.
Sul merito, nulla. La valutazione su integratori, sostanze, esami e terapie compete al medico: non prescrivo né modifico terapie e non mi pronuncio sui loro effetti. Quello di cui mi occupo è il versante psicologico, cioè il meccanismo percettivo per cui il corpo non risulta mai sufficiente e i rituali di controllo che lo mantengono. È un lavoro che può affiancarsi a un percorso medico o nutrizionale già in corso, non sostituirlo.
Non passa dal convincerti che sei già abbastanza muscoloso. Il modello indica esplicitamente di non cercare di convincere razionalmente la persona, perché questo aumenta la resistenza, e di guidarla invece a constatare che quanto le era parso un modo per controllare il problema è diventato un problema più grande. Da lì entrano le prescrizioni paradossali, a partire dal check-up estetico descritto per la dismorfofobia: cercare deliberatamente tutti i propri difetti, con carta e penna, più volte al giorno. Le fasi successive servono a disinnescare i rituali di controllo e a riportare attenzione ed energia sulle aree di vita lasciate indietro.
Non sulla vigoressia in quanto tale, e preferisco dirlo invece di prendere in prestito una percentuale da un'altra area. I dati di esito del modello riguardano l'area fobico-ossessiva, di cui questo quadro condivide il sistema percettivo-reattivo, e sono pubblicati sulle pagine che appartengono a quei disturbi: una percentuale misurata su un campione di disturbo ossessivo-compulsivo descrive quel campione, non questo quadro. Quello che si può dire è che il funzionamento è lo stesso e che il protocollo applicato è quello dell'area fobico-ossessiva.
Nelle casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo la durata media dei trattamenti è di sette sedute. È una media generale su tutti i quadri, non una misura su questo, e non descrive un caso singolo. Sul quadro dismorfofobico il modello osserva che le persone arrivano spesso tardi, quando il meccanismo dura da anni, e che questo complica il lavoro. Quante sedute servano nel tuo caso si valuta nella prima seduta, e i progressi si verificano seduta per seduta.