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Dipendenza Affettiva

Dipendenza Affettiva
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Cos'è la Dipendenza Affettiva

La dipendenza affettiva non è amare troppo: è un legame a cui non si riesce a rinunciare anche quando fa soffrire più di quanto dia, e che si stringe proprio attraverso i gesti con cui si cerca di renderlo sicuro.

Lo sai già come funziona. Controlli l'ultimo accesso. Rileggi i messaggi vecchi cercando il tono che avevano sei mesi fa. Rimandi una cena con gli amici perché forse stasera si libera. Ti prepari il discorso, e poi non lo fai, perché oggi sembra di buonumore e non vuoi rovinare tutto. E quando finalmente arriva la risposta, per venti minuti stai bene davvero.

Poi ricomincia.

Quello che rende questa sofferenza difficile da raccontare è che non ti manca la lucidità. Vedi benissimo com'è messa la relazione: te lo sei detto decine di volte, l'hai chiusa e riaperta, hai anche cancellato il numero. Il problema è che la lucidità, da sola, non sposta niente. E i consigli non mancano mai: lascialo e basta, non pensarci più, vogliti più bene. Ascoltandoli ti senti anche stupido.

Quello che osservo nella pratica clinica è un meccanismo preciso, e non è un difetto di carattere di chi lo subisce: ogni cosa che si fa per rendere il legame più sicuro, cioè chiedere conferme, assecondare, controllare, spiegare ancora una volta, è esattamente ciò che lo rende più stretto e più fragile. Non serve amare di meno. Serve smettere di alimentarlo dal lato sbagliato.

Nel linguaggio della Terapia Breve Strategica «dipendenza affettiva» non è un'etichetta diagnostica. Il modello parla di relazioni morbose e di dipendenza relazionale, e le definisce per come funzionano: rapporti connotati dall'impossibilità delle persone di fare a meno le une delle altre, dentro cui il legame fa soffrire invece che gioire. È una classe ampia, che va dal rapporto vittima-aguzzino alle complementarietà patologiche di coppia, fino ai legami che restano vivi solo nella testa di chi non riesce a lasciarli andare.

Caratteristiche Distintive

  • Il legame resiste alla lucidità. La relazione viene riconosciuta come malata o tossica, la si vuole deliberatamente chiudere, e non ci si riesce. Nella maggioranza delle relazioni morbose, osserva il modello, l'incapacità di staccarsi appartiene a entrambe le parti, non a una sola.
  • La spinta è la paura, non il desiderio. Fra gli studiosi della coppia è una constatazione condivisa: si sta insieme più per paura che per amore. È l'incapacità di stare da soli, prima ancora del desiderio, a spingere a legarsi agli altri.
  • Il bisogno viene prima della scelta. Chi non regge la solitudine tende a farsi piacere chiunque sia in grado di salvarlo da quella sensazione: il bisogno di ripararsi influenza il desiderio e fa intravedere virtù meravigliose anche nella persona meno dotata. La trappola, in questo senso, se la costruisce la persona stessa.
  • La sofferenza ha una funzione. È il punto più duro da accettare, e il modello lo formula senza addolcirlo: senza quella dose di sofferenza queste persone ne manifestano una peggiore, ed è per questo che tendono a riprodurla in ogni contesto relazionale.
  • Il copione si ripete con partner diversi. Paul Watzlawick faceva notare che chi riesce a staccarsi dal partner tossicodipendente poi si mette con il giocatore compulsivo o con l'alcolista, così come chi si emancipa da un legame morboso familiare trova spesso qualcuno da cui dipendere più o meno allo stesso modo.

Quanto è Diffusa e con Quale Impatto

Non dispongo di un dato di prevalenza documentato sulla dipendenza affettiva, quindi non ne cito nessuno e non ne prendo in prestito uno da altri quadri. Quello che si può dire con una fonte riguarda semmai il ritardo con cui il tema è entrato nei manuali: il modello osserva che sono servite cinque edizioni del DSM perché i problemi relazionali venissero inclusi nella nosografia psichiatrica.

L'impatto, del resto, non si misura in litigi. Si misura in amicizie diradate una alla volta, in decisioni rimandate per anni, in progetti di lavoro e di studio ridimensionati per restare disponibili, in un'agenda che si è svuotata di tutto ciò che non riguarda l'altro. E c'è un punto che il modello segnala esplicitamente: il fatto che chi vive una relazione morbosa spesso non presenti sintomi clinici evidenti non significa che la sofferenza sia minore, perché è proprio il suo ripetersi in modo ridondante nella vita, anche con persone diverse, a renderla logorante.

La Differenza Chiave

La domanda su cui si può davvero lavorare non è da dove viene questo modo di amare, ma che cosa fai oggi, ogni giorno, perché quel legame continui a stringere.

Non è una sfumatura teorica. Sposta il lavoro dalla ricostruzione delle cause agli automatismi che il problema ha bisogno di ripetere per restare in piedi, e quelli sono osservabili e modificabili subito. Vale anche quando la relazione è già finita: la domanda utile non è perché sia andata così, ma che cosa tiene aperta la ferita e le impedisce di diventare cicatrice.

Sintomi e Meccanismi della Dipendenza Affettiva

Nella dipendenza affettiva i sintomi non stanno nell'intensità del sentimento: stanno nei tentativi di rendere sicuro un legame percepito come precario, e sono quei tentativi a renderlo sempre più precario. È qui che la Terapia Breve Strategica ha qualcosa di preciso da dire, perché descrive il meccanismo invece di commentare il carattere.

Sintomi Principali

Cognitivi

  • Pensiero fisso sull'altro, che ritorna decine di volte al giorno e si insinua dentro qualunque altra attività
  • Ricostruzione continua di frasi, silenzi e messaggi in cerca di un significato definitivo
  • Dubbio ricorrente sul valore della relazione, che non si chiude mai in una decisione
  • Tentativo costante di non pensarci, che produce l'effetto opposto

Emotivi

  • Angoscia nell'assenza, sollievo immediato al primo contatto, e di nuovo angoscia poco dopo
  • Alternanza rapida fra rabbia e senso di colpa, che si danno il cambio senza risolversi
  • Vergogna verso se stessi per non riuscire a fare quello che si è deciso di fare
  • Spegnimento di tutto il resto: quello che prima dava piacere smette di darne

Comportamentali

  • Verifiche ripetute (telefono, orari, social, spostamenti) che non chiudono mai il dubbio
  • Rinuncia sistematica ai propri impegni per restare disponibili
  • Rotture dichiarate e poi ritirate, con ritorni che riportano tutto al punto di partenza
  • Ricerca insistente di chiarimenti e di conferme, spesso nelle ore peggiori

Relazionali e fisici

  • Restringimento progressivo della rete di amicizie e degli spazi personali
  • Difficoltà a stare soli in casa, la sera, nei fine settimana
  • In alcuni quadri, reazioni ansiose acute in assenza dell'altro, fino agli attacchi di panico, che si spengono nel momento esatto in cui il contatto viene ristabilito

Il Circolo Vizioso: le Tentate Soluzioni Disfunzionali

Ognuna di queste è ragionevole, presa da sola. Ognuna, ripetuta, produce l'effetto contrario a quello che cerca. Nel modello strategico si chiamano tentate soluzioni: tutto ciò che si mette in atto per gestire una difficoltà e che, reiterato nel tempo, la mantiene e la alimenta fino a strutturare un problema vero e proprio.

1. Chiedere conferme e rassicurazioni. Domandare se ci ama ancora, se ha pensato a noi, se andrà tutto bene. La risposta arriva, calma per qualche ora, poi va rinnovata.

Perché mantiene il problema: ogni volta che si chiede e si ottiene aiuto arrivano due messaggi. Il primo, esplicito, è di affetto e protezione. Il secondo, più sottile e più potente, è la conferma di non essere capaci di farcela da soli. Nel tempo è il secondo a pesare, e mina progressivamente il senso di efficacia personale. È lo stesso ingranaggio che il modello chiama aiuto che danneggia: il rapporto fra chi aiuta e chi viene aiutato tende a diventare una complementarità morbosa, in cui il protettore si sente confermato e importante e il protetto si sente amato e salvato. Quando quella complementarità si irrigidisce, diventa una trappola per entrambi.

2. Assecondare e annullarsi. Dire sempre di sì, anticipare i desideri dell'altro, non esporre mai un bisogno per non disturbare, farsi piccoli.

Perché mantiene il problema: il modello ha per questo copione un nome volutamente sgradevole, prostituzione relazionale, e ne descrive un esito paradossale: quanto più la persona ottiene successo relazionale assecondando, tanto più finisce per vivere esiti emotivi disastrosi, perché viene voluta per quello che fa e non per quello che è. Chi non dice mai di no comunica anche di non dare valore a sé stesso, e questo lo rende meno desiderabile agli occhi dell'altro, non di più. Sotto, quasi sempre, c'è la paura di non essere all'altezza.

3. Controllare. Il telefono, gli orari, le persone, le incongruenze. Nasce come verifica e diventa un rituale.

Perché mantiene il problema: ogni controllo produce il materiale per il controllo successivo. La verifica non chiude mai il dubbio, lo alimenta, esattamente come accade nei quadri di dubbio ossessivo dentro la relazione. E il controllo esercitato sull'altro erode proprio ciò che vorrebbe proteggere.

4. Rinfacciare e recriminare. Elencare le colpe, ricordare i sacrifici fatti, usare la propria sofferenza per ottenere che l'altro cambi.

Perché mantiene il problema: il modello lo descrive come uno degli ingredienti fondamentali di una relazione catastrofica. Chi si pone come vittima costruisce i suoi aguzzini: la requisitoria non produce l'accettazione delle proprie ragioni, ma una reazione emotiva di rifiuto, e chi viene colpevolizzato reagisce allontanandosi o aggredendo, cosa che rende la vittima ancora più vittima. Il circolo, una volta innescato, è difficile da fermare.

5. Parlarne in continuazione. Con le amiche, con la famiglia, con chiunque abbia cinque minuti. Nell'illusione che raccontarlo alleggerisca.

Perché mantiene il problema: socializzare quello che si prova, sia paura, angoscia, rabbia o dolore, nell'illusione di poterlo ridurre, finisce per peggiorarlo. Il parlarne funziona da fertilizzante: tiene il tema acceso ventiquattro ore al giorno e trasforma le persone intorno in un pubblico che deve prendere posizione.

6. Cercare di non pensarci e sforzarsi di dimenticare. È la tentata soluzione più diffusa di tutte, ed è anche quella che compare più spesso nelle ricerche di chi sta male dopo una rottura.

Perché mantiene il problema: cercare di non pensare a una cosa è il modo migliore per pensarla di più, perché pensare di non pensare è già pensare. E sforzarsi di dimenticare rende volontario un atto, il dimenticare, che volontario non è: l'effetto è di inibirlo, e quindi di mantenere più a lungo presente nella memoria proprio ciò che si vorrebbe cancellare. Lo stesso vale per la razionalizzazione: spiegarsi la sofferenza è come buttare fuori dalla porta qualcosa che rientra dalla finestra, e ogni volta più forte.

7. Braccare chi se n'è andato. Cercarlo, spiegare ancora, umiliarsi pur di riaverlo, oppure restare in contatto per non perdere del tutto il filo.

Perché mantiene il problema: il modello è netto su questo. Braccare l'ex partner e umiliarsi pur di riaverlo rende un ritorno ancora più improbabile; e mantenere il contatto con chi non desidera più la relazione è un modo sicuro per tenere aperta la ferita dell'abbandono e non permetterle di diventare cicatrice. Senza un distacco effettivo, l'elaborazione della perdita è pressoché impensabile.

Il Paradosso

Si può dire in una riga: il filo che tiene insieme due persone, quando lo si stringe per paura di perderlo, si trasforma in una catena con le maglie sempre più strette, che riduce la libertà di entrambi fino a esaurirla.

Non importa quanto il filo si allunghi o si accorci: conta che ognuno tenga il proprio capo. Quando invece lo si stringe per essere sicuri, lo stare insieme smette di essere una scelta e diventa una necessità, un vincolo, un limite. Ed è qui che la Terapia Breve Strategica rovescia il senso comune. Il contrario della dipendenza non è amare di meno: è essere capaci di stare da soli. Se non sai stare da solo non sai stare con nessun altro, e il saper fare da soli resta il più importante antidoto alla solitudine prodotta dalla dipendenza dagli altri.

Perché la Terapia Breve Strategica Funziona per la Dipendenza Affettiva

Perché non chiede alla persona di decidere, ma smonta i meccanismi che le impediscono di decidere. È una differenza sostanziale: in questo quadro il buon senso è già stato applicato senza effetto, e nel modello strategico questo non indica una volontà mancante ma una logica sbagliata.

1. Focus sul come invece che sul perché

Non ricostruiamo l'origine della fragilità e non stabiliamo di chi sia la colpa. Guardiamo che cosa succede oggi, nel dettaglio concreto: quante volte lo cerchi, in quali momenti, che cosa fai subito dopo, che cosa succede se non lo fai. Il legame si mantiene attraverso azioni ripetibili, e le azioni ripetibili si possono cambiare. Il passato, per definizione, no.

2. Intervento costruito sul funzionamento della persona

Il protocollo si adatta alla situazione, non il contrario. Quando arriva una coppia, il modello prevede prima di tutto di verificare che l'obiettivo sia condiviso da entrambi, e se l'accordo non c'è si trattano separatamente i due partner. E indica esplicitamente che in numerose situazioni il modo più efficace di condurre una terapia nella coppia è intervenire su uno solo dei due, di solito quello che più lamenta la condizione di sofferenza: è il caso, per esempio, della persona tradita che non può rinunciare al partner traditore. In quei casi la terapia individuale lavora indirettamente sulla relazione. Il quadro d'insieme delle difficoltà a due è nella pagina sui problemi di coppia.

3. Cambiamento documentato, dentro il perimetro del suo studio

Le casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo riportano un'efficacia dell'82% sui problemi relazionali. Va detto con precisione che cosa significa: non esiste un dato di esito separato sulla dipendenza affettiva. Quel numero riguarda l'area dei problemi relazionali nel suo complesso, e il protocollo applicato è quello dell'area. Prendere una percentuale misurata su un altro quadro e appiccicarla qui sarebbe un modo elegante di dire una cosa non vera.

| Aspetto | Come lavora il modello strategico |

|---|---|

| Focus | Come si mantiene oggi il legame, non da dove viene |

| Durata | media di sette sedute nelle casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo |

| Metodo | Dialogo strategico e prescrizioni fra una seduta e l'altra |

| Cambiamento | Si verifica seduta per seduta |

Nota importante

La valutazione su farmaci, accertamenti e terapie mediche compete al medico: non prescrivo né modifico terapie e non mi pronuncio sui loro effetti. Sul versante psicologico il lavoro riguarda le tentate soluzioni che tengono stretto il legame e la capacità di stare da soli, e può affiancarsi a un trattamento già in corso.

Il Protocollo di Intervento

Il percorso segue le quattro fasi del modello strategico, calibrate su una situazione in cui l'altra persona è dentro il problema anche quando non è in stanza. Vale sia per chi non riesce a chiudere, sia per chi ha chiuso e non riesce a rialzarsi: sono due momenti dello stesso meccanismo.

Fase 1: Apertura del gioco

Obiettivo di questa fase: capire come funziona il legame oggi e concordare che cosa, concretamente, si va a cambiare.

Cosa succede in seduta: la prima seduta si conduce con il dialogo strategico, la tecnica messa a punto per la conduzione del primo incontro, che si articola in cinque manovre comunicative: domande a illusione di alternativa, parafrasi ristrutturanti, evocare sensazioni, riassumere per ridefinire, prescrivere come scoperta congiunta. Non è un'intervista di raccolta dati: è già un atto di cambiamento, perché è nel corso delle domande che la persona vede da sé la struttura in cui si trova. Fra le domande che uso c'è quella del come peggiorare, cioè come potresti, se volessi deliberatamente, rendere questa situazione ancora peggiore: serve a far emergere per contrasto ciò che si sta già facendo. Se il percorso parte in due, il modello prevede anche un'intervista singola con ciascuno, per far uscire i non detti e valutare risorse e resistenze di ognuno.

Su cosa lavora: sulla percezione, prima che sul comportamento. Nel modello strategico il cambiamento è percettivo ed emotivo prima che razionale, e la sequenza non si può invertire.

Fase 2: Sblocco della patologia

Obiettivo di questa fase: interrompere le tentate soluzioni che tengono stretto il legame, una alla volta e nell'ordine giusto.

Cosa succede in seduta: si assegnano indicazioni concrete da applicare fra una seduta e l'altra. La prima è quasi sempre la congiura del silenzio, cioè smettere di parlare del problema con chiunque, perché il parlarne è una delle tentate soluzioni che ne mantengono l'irrigidimento. Poi si lavora sulla richiesta di conferme con la ristrutturazione della paura dell'aiuto: alla persona non si chiede di smettere, le si chiede soltanto di pensare, ogni volta che sta per farlo, che così contribuisce a rafforzare e peggiorare la propria paura. Sul versante dell'assecondare, l'addestramento è graduale e comincia dal più piccolo dei rifiuti possibili: un «scusa, vorrei ma non posso» al giorno, formulato in modo che il non posso non dipenda dalla propria volontà e risulti quindi inattaccabile. Nelle settimane successive si sale a due al giorno, e poi al passaggio più difficile, «scusa, vorrei ma ho una cosa più importante da fare».

Quando la relazione è già finita, in questa fase il lavoro cambia oggetto ma non logica. La sofferenza non si combatte: le si dà uno spazio. Il dolore, se lo si accetta e ce lo si concede quotidianamente in uno spazio e in un tempo appositamente allestiti, decanta gradualmente fino a non essere più torturante; se invece non lo si accetta e si cerca di sfuggirgli, si consolida e diventa un'agonia prolungata. Sulla stessa logica si costruisce la galleria dei ricordi: ripercorrere ogni sera, alla stessa ora, le immagini più significative della storia, ognuna incorniciata in modo da tenere insieme il lato che fa male e quello che vale la pena di aver vissuto. E quando è la rabbia a occupare per prima il campo, la si canalizza per iscritto invece di trattenerla, perché è la rabbia trattenuta a trasformarsi in ruminazione costante.

Su cosa lavora: sui comportamenti concreti, non sulla forza di volontà. Chiedere a qualcuno di smettere di cercare l'altro è chiedergli di vincere una battaglia che ha già perso molte volte; il modello preferisce togliere terreno al problema, non forze alla persona.

Fase 3: Consolidamento

Obiettivo di questa fase: costruire l'autonomia che il legame ha eroso, in modo che lo stare insieme torni a essere una scelta e non una necessità.

Cosa succede in seduta: entra la tecnica del piccolo rischio quotidiano, orientata proprio a contrastare la dipendenza dall'aiuto e la rinuncia alla responsabilità: piccoli atti di rischio e di autonomia, uno al giorno, graduali ma costanti, attraverso i quali la fiducia nelle proprie risorse non viene spiegata ma sperimentata. Dove il ritiro sociale si è fatto pesante si aggiunge un'indicazione di dirompente semplicità, cioè incrociare lo sguardo delle persone che si incontrano, accennare un sorriso, salutare: un cambiamento minimo che innesca una reazione a catena. E per chi teme il rifiuto in ogni sua forma esiste l'immunizzazione progressiva: chiedere ogni giorno qualcosa di banale con l'intento di ricevere un no, assumendo piccole dosi del veleno del rifiuto finché smette di fare effetto.

Su cosa lavora: sull'esperienza diretta. Nel modello questo passaggio si chiama esperienza emozionale correttiva ed è il cardine di tutto il processo: ogni cambiamento rapido passa da una trasformazione percettivo-emotiva concreta, che viene rielaborata cognitivamente solo dopo.

Fase 4: Chiusura del gioco

Obiettivo di questa fase: rendere il cambiamento riutilizzabile e restituirne il merito alla persona.

Cosa succede in seduta: si ripercorre come il cambiamento è avvenuto e che cosa lo ha prodotto, così che gli strumenti restino disponibili anche dopo. Sul copione relazionale il modello è esplicito su un punto controintuitivo: cercare di annullare qualcosa che si è appreso nel corso di molti anni può produrre l'effetto opposto, rendendolo sempre più presente, e uno sradicamento totale destabilizzerebbe l'identità della persona. L'obiettivo non è quindi cambiare personaggio, ma renderlo flessibile e affiancargliene altri, sottraendo a quello dominante la sua dannosa esclusività.

Sulla durata: le casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo indicano una durata media dei trattamenti di sette sedute. Per i quadri cronicizzati, quelli in cui il copione dura da molti anni, i dati pubblicati dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo riportano dodici-venti sedute nell'arco di un anno. Sono medie su insiemi di casi conclusi, non previsioni: quante sedute servano nel tuo caso si valuta nella prima seduta.

Come lavora la Terapia Breve Strategica

Il modello interviene sul funzionamento attuale del legame, con strumenti definiti e verificabili di volta in volta.

Interrompe le tentate soluzioni invece di aggiungere consigli

In questo quadro i buoni consigli non mancano mai: lascialo, non pensarci, vogliti più bene. Il lavoro va nella direzione opposta, cioè identificare che cosa si sta già facendo per risolvere e togliere proprio quello. Nel modello le tentate soluzioni sono ciò che mantiene il problema, quindi la leva non è fare di più: è smettere di fare la cosa che sembra ovvia.

Parla alle emozioni, non alla ragione

Le azioni e le reazioni dentro una relazione amorosa sono dominate dalle emozioni più che dalle cognizioni, e nessuna razionalizzazione, per quanto potente, tiene a bada l'energia di una passione. Per questo il modello non argomenta: usa immagini evocative, ristrutturazioni e prescrizioni che fanno sentire prima di far capire. Ristrutturare, nel modello, non significa negare l'interpretazione originaria, ma affiancarle prospettive alternative sugli stessi fatti.

Usa la forza del problema invece di combatterla

È il principio del cavalcare la propria tigre. Il dolore non si combatte, gli si dà uno spazio quotidiano finché decanta. Il pensiero fisso non si scaccia, si concentra. Il rifiuto non si evita, si va a cercarlo in dosi minime. In tutti e tre i casi l'energia che alimentava il problema viene incanalata invece che contrastata.

Tiene insieme la persona e la relazione

Il legame non viene trattato come un'entità astratta. Nel modello la coppia è una qualità emergente, cioè l'effetto della sintesi fra le caratteristiche dei due partner nel loro scambio relazionale, e non è riconducibile ai singoli. Questo non toglie però nulla al lavoro individuale: si può intervenire sulla relazione lavorando su uno solo dei due, e in molte situazioni è la via indicata dal modello.

Punta all'autonomia, non alla gestione a tempo indeterminato

L'obiettivo dichiarato del percorso è che gli strumenti restino alla persona. Il criterio, nel modello, è quello che vale per tutte le forme di dipendenza relazionale: le figure di riferimento vanno messe nella condizione di fare un passo indietro perché chi dipende ne faccia due in avanti, in direzione dell'autonomia personale.

Nota

Quanto e in quanto tempo si osservi varia da persona a persona, e si verifica seduta per seduta. Una media descrive un insieme di casi conclusi, non il percorso di chi legge.

La Ricerca Scientifica

Sulla dipendenza affettiva in quanto tale non esiste un dato di esito separato. Esistono dati sull'area dei problemi relazionali, ed è a quella che il quadro appartiene. Preferisco dirlo io, prima che lo faccia qualcun altro.

Dati di esito documentati

  • Efficacia sui problemi relazionali: 82%. È il dato riportato per quest'area nelle casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, accanto alle percentuali delle altre aree cliniche. Riguarda i problemi relazionali nel loro insieme, non questo quadro in particolare.
  • Durata media dei trattamenti: sette sedute. È la media generale su tutta la casistica del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, non una misura specifica su quest'area.
  • Casi cronicizzati: dodici-venti sedute nell'arco di un anno. È il dato che il Centro di Terapia Strategica di Arezzo pubblica per i quadri che durano da molti anni, e su una dipendenza relazionale strutturata da tempo è il riferimento più onesto.
  • Nessun dato separato sulla dipendenza affettiva. Non esiste, e non lo sostituisco con quello di un'altra area: una percentuale misurata su un campione di disturbo ossessivo-compulsivo o di disturbi d'ansia descrive quel campione, non questo.

Come vanno letti questi dati

Sono casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, di cui sono Affiliato Ufficiale, e non risultati della mia pratica personale: l'affiliazione dà il diritto di citarli, non li trasforma in miei. Vanno letti per quello che sono, cioè esiti aggregati di percorsi conclusi, dentro il perimetro dello studio da cui provengono.

E una media non è una previsione: descrive un insieme, non il singolo. Nelle relazioni morbose, in particolare, il modello osserva che queste dinamiche sono estremamente resistenti al cambiamento e che, anche quando il cambiamento viene provocato, non di rado la dinamica precedente tende a ripresentarsi. È una delle ragioni per cui il dato sui quadri cronicizzati sta accanto alla media generale invece di essere sostituito da essa.

Dove approfondire

Il quadro d'insieme dell'area è nella pagina relazioni. Quando il nodo centrale è il terrore di essere lasciati o respinti, il materiale specifico è nella pagina sulla paura del rifiuto. Quando dopo la rottura il quadro scivola verso il ritiro e lo spegnimento, il riferimento è la depressione reattiva.

Dott. Gianluca Manfredi

Psicologo · Psicoterapeuta

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Domande Frequenti

Perché sapere non basta, e in questo quadro non è mai bastato. Nel modello strategico è proprio questa la caratteristica che definisce una relazione morbosa: la relazione viene riconosciuta come malata o tossica, la si vuole deliberatamente chiudere, e non ci si riesce. La motivazione più frequente non è l'amore, è la paura di rimanere soli, e a questo si aggiunge un paradosso che il modello descrive senza attenuarlo: senza quella dose di sofferenza la persona ne manifesta una peggiore, e per questo tende a riprodurla. Nel modello, quindi, quel non riuscire non è letto come debolezza di carattere, ma come l'effetto dei gesti con cui si cerca di rendere sicuro il legame.
Non decidendo più forte, ma smettendo, una alla volta, le cose che si stanno già facendo per tenere stretto il legame. Nel percorso strategico si comincia dal togliere: smettere di parlare del problema con tutti, non rinnovare la richiesta di conferme, cominciare a dire piccoli no nella versione più semplice possibile («scusa, vorrei ma non posso»), interrompere il contatto con chi non desidera più la relazione. Poi si costruisce: piccoli atti di autonomia quotidiani, uno al giorno, attraverso i quali la fiducia nelle proprie risorse viene sperimentata invece che spiegata. La sequenza conta quanto le singole mosse, e si definisce nella prima seduta sul funzionamento specifico di quel legame.
Sì, ed è il motivo per cui quella strategia non funziona. Cercare di non pensare a una cosa è il modo migliore per pensarla di più, perché pensare di non pensare è già pensare. E sforzarsi di dimenticare rende volontario un atto, il dimenticare, che volontario non è: l'effetto è di inibirlo, e quindi di tenere più a lungo in memoria proprio ciò che si vorrebbe cancellare. Nel modello strategico si fa l'opposto: invece di scacciare il pensiero gli si assegna uno spazio quotidiano preciso, con un inizio e una fine, dentro cui concentrarlo volontariamente. Sembra controintuitivo, ed è esattamente il punto: la logica è rovesciata rispetto a quella che viene spontanea.
Il fatto che il conflitto, di per sé, è un collante. Fra gli esperti di terapia della coppia è risaputo che finché due persone litigano restano insieme, e che ci si lascia proprio quando i conflitti vengono meno: amore e odio associati costituiscono un legame più forte della sola gioia di un amore limpido. Quando le polarità della complementarietà e della simmetria si estremizzano si costituisce quello che il modello chiama un vero e proprio inferno relazionale, dentro il quale, a quanto pare, entrambi i partner tutto sommato desiderano rimanere. È una dinamica descritta dal modello, non un giudizio sulla vostra storia: che cosa la tenga in piedi nel vostro caso si vede in colloquio, non da una pagina web.
Sul piano del meccanismo il modello è netto: mantenere il contatto con chi non desidera più la relazione è un modo sicuro per tenere aperta la ferita dell'abbandono e non permetterle di diventare cicatrice, e senza un distacco effettivo l'elaborazione della perdita è pressoché impensabile. Vale anche per la versione opposta, cioè cercarlo, spiegare ancora una volta, umiliarsi pur di riaverlo: il modello osserva che questo rende un eventuale ritorno ancora più improbabile, non più probabile. Quanto distacco sia praticabile nella tua situazione concreta, con figli, casa o lavoro in comune, è esattamente il genere di cosa che si definisce insieme nella prima seduta.
Non esiste una risposta valida per tutti, e nessuno può stabilirlo da una pagina web. Quello che il modello descrive è la logica: il dolore è un'emozione primaria adattiva, e come la febbre svolge una funzione. Se lo si accetta e ce lo si concede quotidianamente in uno spazio e in un tempo appositamente allestiti, decanta gradualmente fino a non essere più torturante; se invece non lo si accetta e si cerca di sfuggirgli, si consolida e diventa un'agonia prolungata. Il modello aggiunge che l'abbandono sentimentale pesa più di altre perdite, perché al senso di essere rimasti soli si somma il dolore del rifiuto ricevuto. Non è una previsione sul tuo caso: è la descrizione di come si comporta il dolore quando lo si evita e di come si comporta quando gli si dà uno spazio.
Che la solitudine sofferta non dipende dal numero di persone che ci stanno intorno. Il modello la descrive esplicitamente come qualcosa che si può vivere anche in mezzo agli altri, quando la relazione con essi non realizza l'intimità e l'incontro che riempirebbero quella voragine, e osserva che talvolta è proprio lo sforzo di sfuggire alla solitudine a renderla più sentita e sofferta. Rendere il rapporto con l'altro il fondamento della propria gratificazione è descritto come una strategia fallimentare, perché nessun altro è presente quando ci si trova davanti a uno specchio o quando si è soli prima di addormentarsi. È uno degli elementi che in colloquio orientano verso questo tipo di funzionamento; la distinzione fra una fase difficile e un quadro strutturato non si fa a distanza.
Perché in una configurazione di questo tipo le due relazioni tendono a sostenersi a vicenda invece di escludersi. Il modello descrive questo triangolo come un'inalterabilità sistemica: la presenza dell'altra, anziché minare il rapporto principale, ne compensa le carenze e finisce per rafforzarlo, con la conseguenza che l'assetto si stabilizza e resiste a lungo nel tempo. E aggiunge il dettaglio che spiega l'immobilità: anche quando l'uomo si decide a scegliere, spesso non ce la fa, perché rinunciare a una delle due mette in crisi anche l'altra, quindi o le lascia entrambe o nessuna. Non è una lettura della tua situazione specifica, che non conosco: è la struttura che il modello ha osservato in questa configurazione. Quello su cui si può lavorare subito, e da soli, è la propria posizione dentro quell'equilibrio.
Nel modello questa condizione viene letta insieme a ciò che l'ha preceduta, non come un difetto a sé. Dopo un dolore intenso il piacere è spesso il grande assente: il coinvolgimento emotivo evocato dal dolore produce una sorta di anestesia emotiva rispetto alle percezioni piacevoli, che riguarda tutto e non solo l'amore. C'è poi una seconda dinamica che il modello descrive: molte persone tendono a difendersi dal rischio di soffrire cercando rifugi, e quella protezione costa esattamente la possibilità che vorrebbe proteggere. Nel percorso il recupero della dimensione del piacere è un passaggio previsto, e si affronta dopo aver lavorato sulle altre emozioni, non prima. Se questo valga anche per te è una valutazione che si fa di persona.
Sulla durata: le casistiche del Centro di Terapia Strategica di Arezzo indicano una media di sette sedute su tutta la casistica, e per i quadri cronicizzati, cioè quelli in cui il copione dura da molti anni, i dati pubblicati dal Centro di Terapia Strategica di Arezzo riportano dodici-venti sedute nell'arco di un anno. Sono medie su insiemi di casi conclusi, non previsioni sul singolo, e quante sedute servano nel tuo caso si valuta nella prima seduta. Sulla seconda domanda si può procedere in entrambi i modi. Se venite in due, il modello prevede di verificare prima che l'obiettivo sia condiviso, e se non lo è si trattano separatamente i due partner. In numerose situazioni, però, il modo più efficace di condurre una terapia nella coppia è intervenire su uno solo dei due, di solito quello che più lamenta la condizione di sofferenza: è il caso, per esempio, della persona tradita che non può rinunciare al partner traditore.